Come suonava Gilardino?

Fin dagli ultimi anni Sessanta, l’artiglieria dei Nemici Naturali (quelli che non sono tali perché tu abbia fatto loro qualcosa di dannoso o di offensivo, ma perché esisti) ha fatto fuoco ad alzo zero sulla mia presenza nel mondo della musica e della chitarra, e recentemente, grazie a una segnalazione di un amico, ho ascoltato, nel web, un tizio che, impartendo una “masterclass”, affermava come le mie edizioni non siano affidabili perché io non sono in grado di suonare decentemente: si badi, non lo sosteneva in una conversazione postprandiale, sorseggiando un cognac, ma nel corso di una cosiddetta masterclass, cioè al massimo livello dell’attività di un docente e a beneficio di studenti in cerca di alte nozioni sull’arte interpretativa e perciò stesso di etica professionale. Mi ha fatto sentire bene l’immediata certezza che mai e poi mai, nel corso di una qualsiasi delle mie lezioni, dalle masterclass a quelle impartite a scolari del quinto anno, era stato fatto,a titolo di discredito, il nome di un collega: la calunnia di cui veniamo a conoscenza ci può rasserenare anche perché ci fa toccare con mano d’essere fatti d’altra sostanza, dall’anima alle viscere.

Ovviamente, non ho risposto al cavaliere in questione – gli stanno rispondendo ben altre categorie di quella degli studenti, solo apparentemente indifesi – ma, alcuni giorni fa, giunto fortunosamente in possesso della registrazione di una mia registrazione dal vivo (ne esistono pochissime, sparse negli archivi privati di ascoltatori dei miei concerti che operavano di nascosto), ho pensato che sarebbe stato onesto e forse anche utile pubblicarla, non già per rispondere a quelli che considero dei farabutti, ma a molte persone che, in passato, hanno formulato – anche pubblicamente – la stessa domanda, normalmente curiose di constatare se, abbandonando nel 1981 la mia carriera di concertista per dedicarmi alla composizione, io stessi lasciando alle mie spalle un fallimento o una vera attività professionale, sostenuta dalla stima di società musicali che mi permettevano, con due dozzine di concerti l’anno, di sostentare me e mia madre senza ritrettezze né debiti.

Eccomi allora qui, a offrire a tutti un saggio di una “prima” che diedi nel mese di febbraio del 1974, a favore di una delle composizioni del caro amico e collega John W. Duarte. Preciso che io non ho mai dato concerti alla ricerca di una gloria personale: suonavo quasi esclusivamente, con spirito di servizio, la nuova musica scritta per la collezione Bèrben-Gilardino, e di “prime” come questa potevo darne una ventina l’anno: le Mutations di Duarte le eseguii dieci giorni dopo averle ricevute, con sorpresa di Jack, che pure era avvezzo a fenomeni come Sergio Abreu. I miei criteri erano semplici: primo, far emergere direttamente e chiaramente la musica, senza interferenze manieristiche e senza il minimo intento di apparire bravi o speciali; quindi, solfeggio preciso, polifonia trasparente ed equilibrata, esposizione priva di intoppi (niente note “fluffate” e mai e poi mai un vuoto di memoria), suono adoperato sempre allo scopo di disegnare i caratteri dei vari episodi e mai a fini estetizzanti, quindi nessuna ricerca del “bel suono” fine a sé stesso; e anche gestualità composta – niente sospiri, niente sguardi estatici rivolti al soffitto, nessun movimento corporeo innecessario. Dicevo spesso che la condizione ideale degli ascoltatori sarebbe stata quella di uscire da un concerto ricordando le musiche e dimenticando chi le aveva suonate.

Questo modo di suonare venne irriso e ingiuriato dalla stragrande maggioranza dei maestri italiani miei coetanei o più anziani; non dai loro allievi, che incominciarono a frequentare, dapprima nascostamente e poi apertamente, i miei corsi estivi di Trivero (1975 e oltre). Offro quindi questo ascolto come documento di un capitolo della storia della chitarra: il suo significato va oltre il valore della mia esecuzione e della musica stessa (anche se qui mi pare che Jack avesse dato il meglio di sé). Sono sicuro che verrà ascoltato con ogni passione spenta, e preso per quel che è, una fotografia sonora di quel che sono sempre stato. Ringrazio sentitamente Christopher Duarte, proprietario della cassetta originale e artefice della sua conversione in file audio, e Kevin Swierkosz-Lenart, che l’ha pubblicata, a mia richiesta, su youtube.

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